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Prima di esprimere un giudizio sul titolo di questo post se senti che il dolore non sia affatto una risorsa fermati e datti l’opportunità di andare oltre la superficie.

Disclaimer: le righe che seguono sono filtrate dalla mia esperienza con le superfici, il dolore, le risorse e i Fiori di Bach.

Perché non ricada nella banalità del motivetto che “quel che non ti uccide ti fortifica” la riflessione che voglio fare qui, è legata ad una sfumatura più sottile della sofferenza: quella che ci porta più vicini al sentire, alla vita.

Per spiegare che cosa intendo prendo a prestito il famosissimo fiore di Loto, i cui semi necessitano di condizioni particolari per germogliare. Queste condizioni prevedono che la superficie, la scorza del seme debba scalfirsi, rompersi. E questo in Natura avviene tramite agenti esterni (pietre, superfici dure…) che letteralmente rompono il seme ed espongono il germoglio, la parte tenera della pianta, all’acqua e al terreno che lo ospiterà.

Si comincia ad intuire cosa voglio dire con l’affermazione dentro al dolore c’è vita?

La semenza del Loto necessita di essere battuta e rotta per mostrarsi in tutta la sua bellezza. Questo è andare oltre la superficie: scegliere di esporre la parte debole, sofferente, che sta sotto la corazza.

Per non restare seme.

Per diventare fiore.

Questa è stata per me una grande lezione che i Fiori di Bach mi hanno aiutato ad apprendere. La tentazione di tenere protette dentro stanze ad alto isolamento, dietro muri spessi, portoni blindati le proprie sofferenze è chiudersi alla vita. Può aiutarci, per un breve periodo, a non cadere a pezzi.  Nel lungo termine diventa privazione di ossigeno, immobilità, incapacità di progredire.

Un dolore occultato cessa forse di esistere?

E quando parliamo di dolore non serve che ci sia cascata sulla testa la più grande tragedia della vita. Tante piccole ferite, eventi per qualcuno privi di significato possono diventare macigni per qualcun altro. In base alla personale capacità di ammortizzare gli urti.

Quando ero all’Università (ho studiato Fisioterapia) parlando di traumatologia ho appreso da molti medici la complessità  nella gestione, nella guarigione e nelle possibilità di sopravvivenza delle persone che subiscono politraumi (tanti traumi anche non gravissimi, che coinvolgono più distretti del corpo). Il sistema corpo è impegnato con moltissime risorse su tanti livelli per gestirli tutti e questo lo mette a dura prova, alle volte gli esiti sono peggiori di un singolo trauma ben più grave in un solo distretto od organo del corpo.

Questo mi ha fatto molto riflettere sulle conseguenze di “tante piccole ferite” nell’animo.

Anche se esporre le proprie fragilità e guardare dentro l’armatura protettiva in cui le abbiamo riposte è un lavoro faticoso, alle volte lungo e quasi sempre ci espone nuovamente al dolore, non è un processo fine a se stesso. Non è masochismo.

E’ il tragitto fondamentale per portare luce dentro quelle pieghe buie.

E’ la via per dare senso al nostro vissuto faticoso.

Ma soprattutto, cosa per me più importante di tutte: ci restituisce la capacità di SENTIRE.

Cosa che non può avvenire in presenza di quella superficie dura il cui scopo è celare, incapsulare i nostri vissuti. La superficie separa, ovatta, attutisce ma ottunde anche i sensi.

Riaprirsi a sentire la sofferenza è riaprirsi a sentire anche tutte quelle emozioni più sottili di pienezza, gioia, fiducia, che sgorgano spontaneamente quando le ferite si rimarginano.

Le vibrazioni sottili dei Fiori di Bach sono uno strumento meraviglioso per riavvicinarci a quel sentire potente e delicato assieme. Tutti, dal primo all’ultimo aprono canali, riarmonizzandoli.

Qui si cela il grande fraintendimento di chi li considera come uno strumento per “eliminare” qualcosa di sgradito: paure, ansie, tristezza. I Rimedi sono molto altro, molto di più. Entrano in relazione con noi come mani delicate che accolgono e fanno affiorare le emozioni che viviamo e questo non è sempre un processo senza ostacoli, perché la consapevolezza alle volte somiglia più a uno schiaffo che ad una carezza.

Permettendo alla dimensione emotiva di venire a galla offrono anche il supporto adeguato perché possa essere riequilibrato, gestito, rielaborato. Con i tempi consoni alla persona, sfruttando e facendo emergere risorse e qualità sopite, intrappolate dentro le armature protettive.

I Fiori riportano in flusso quello che era lì, stagnante. Perché la vita è movimento. E lo fanno adattandosi come abiti su misura a chi ne fa uso, come mani di un musicista esperto sul suo strumento.

E mentre spero che queste parole comincino a scatenare riflessioni dentro di te prendo a prestito quelle di Alessandro D’Avenia in “L’arte di essere fragili- Come Leopardi può salvarti la vita”

Così risalivi (Leopardi) alla luce, attraverso il buio, ritornando come un minatore con un sacco di diamanti in spalla e in volto e negli occhi i segni della paura e della fatica.

I tuoi diamanti non sono di carbonio, ma di versi, hanno la forma di canti estratti dalle caverne più oscure dell’io. (…)

Hai modulato un tenue canto che si ode nel silenzio della notte, per dire di sì all’ essere qui, con le nostre ferite, da medicare tutti i giorni, facendo dono di quel poco che abbiamo, della nostra stessa fragilità, come un seme che si dona alla luce per farsi fiore.

A. D’AVENIA

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